Bill Gates ha cambiato registro nel suo approccio alla crisi climatica. In un lungo post pubblicato sul suo blog, il fondatore di Microsoft ha invitato a “ridurre il pessimismo” e a spostare l’attenzione su salute e prosperità, anziché sull’ossessione per la decarbonizzazione.
Il messaggio, diffuso a poche settimane dalla conferenza ONU sul clima, suona come una virata strategica: “Il punto non è quanto rapidamente tagliamo le emissioni ma come rendiamo la vita migliore in un mondo che si scalda”, ha scritto.
Parole che arrivano da uno dei più noti filantropi della causa ambientale, che ha investito miliardi nella ricerca di tecnologie pulite attraverso la piattaforma Breakthrough Energy.
Questa volta però l’approccio di Gates ha lasciato molti osservatori sorpresi. Nel suo documento, parla di “tre dure verità”: che il cambiamento climatico non porterà alla fine della civiltà, che la temperatura non è il metro di misura più efficace e che salute e prosperità restano “la miglior difesa contro il cambiamento climatico”.
Il contesto politico
Questo nuovo pragmatismo non nasce dal nulla. Solo poche settimane fa, Gates ha partecipato alla cena organizzata da Donald Trump alla Casa Bianca con i vertici della Silicon Valley, da Musk a Zuckerberg.
In quell’occasione, vale la pena ricordarlo, ha definito “francamente impressionante” la visione del presidente per un’economia “pro-innovazione e pro-business”.
Una coincidenza che non è sfuggita a chi legge in questa svolta un segnale di allineamento con l’impostazione trumpiana: meno vincoli ambientali, più libertà per l’impresa. Gates, del resto, sostiene che la priorità debba essere ridurre la povertà e migliorare la salute globale, anche a costo di “lasciare salire la temperatura di qualche decimo di grado” se questo significa eliminare altre cause di sofferenza.
Ecco perché le parole di Gates sul clima, meno intransigenti e più concilianti, hanno fatto inarcare più di un sopracciglio.
L’ombra degli interessi di Gates
Anche perché dietro il cambio di tono, c’è un dettaglio difficile da trascurare. Le soluzioni che Gates propone (agricoltura tecnologica, intelligenza artificiale applicata alla produttività, dispositivi medici digitali), coincidono in gran parte coi settori in cui lui stesso investe da anni.
Breakthrough Energy detiene infatti partecipazioni in oltre 150 società attive proprio in questi ambiti.
Critici come la cofondatrice di US Right to Know, Stacy Malkan, hanno parlato di “messaggio fuorviante e pericoloso”, che rischia di spostare l’attenzione da chi subisce le conseguenze del cambiamento climatico a chi ne trae opportunità di mercato.
Anche in Africa, alcune organizzazioni ambientaliste hanno accusato la Gates Foundation di promuovere modelli agricoli troppo industrializzati e dipendenti da fertilizzanti e sementi brevettate. “I loro interventi stanno spingendo il sistema alimentare africano verso un modello aziendalizzato di agricoltura industriale”, si legge nella lettera pubblicata dal Southern African Faith Communities’ Environment Institute (SAFCEI), una rete di leader religiosi e attivisti ambientali dell’Africa australe.
Il documento, diffuso nel 2024, chiedeva alla Bill & Melinda Gates Foundation di rivedere il proprio approccio allo sviluppo agricolo nel continente e di prevedere riparazioni economiche per gli agricoltori danneggiati dai suoi programmi.
Secondo i firmatari, la strategia ttuata ha costretto molti produttori a indebitarsi per acquistare fertilizzanti sintetici e sementi costose, trascurando invece il sapere tradizionale che potrebbe rendere l’agricoltura più sostenibile. L’agenda agricola di Gates, è questa l’accusa, finirebbe per rafforzare il controllo delle grandi corporation sul cibo in Africa e accrescere la dipendenza da tecnologie energivore.
Una linea condivisibile (con riserva)
Tornando al tema climatico, l’idea di concentrare risorse sulla salute e sull’adattamento dei Paesi più vulnerabili non è sbagliata. Anche su TechTalking lo sosteniamo da tempo: l’ambiente va tutelato con serietà, ma senza gli isterismi del Green Deal.
Un mondo con l’aria pulita ma con un’economia in ginocchio, settori strategici consegnati a mani straniere (basti guardare all’automotive), e una società segnata da disoccupazione crescente e potere d’acquisto in caduta libera, non può essere considerato un modello sostenibile. Tanto più se si considera che l’Europa pesa per appena il 6% delle emissioni globali di gas serra, mentre Stati Uniti, Cina e India continuano sostanzialmente a ignorare il problema.
Il punto, semmai, è capire se la svolta di Gates nasca da un sincero realismo o da un più calcolato interesse. Se davvero l’obiettivo è spostare il dibattito verso un ambientalismo più concreto e meno ideologico, vale la pena discuterne. Ma se dietro il cambio di rotta si nascondono convenienze politiche o interessi personali, allora la partita cambia completamente.
Fonte: The Verge


