Biden impone nuove draconiane restrizioni sull’IA

da | 14 Gen 2025 | Tech War

Tempo di lettura: 5 minuti

Nel definire la linea editoriale di TechTalking, abbiamo pensato al sito come uno spazio il più possibile neutrale, dove al giornalista spetta presentare i fatti e al lettore formarsi una propria opinione su quanto accade nel mondo.

In questa occasione però faremo uno strappo alla regola, perché l’amministrazione Biden ieri ha introdotto un pacchetto di misure senza precedenti che potrebbero avere ripercussioni su tutta l’industria tecnologica globale.

L’ossessione cinese

Il governo statunitense ha infatti annunciato nuove restrizioni sulle esportazioni di chip per i computer e le tecnologie chiave per i progetti di intelligenza artificiale avanzata.

L’obiettivo è, come sempre, rallentare lo sviluppo dell’IA in Cina, un settore in rapida espansione che potrebbe minacciare la supremazia tecnologica degli Stati Uniti.

Si tratta però di un espediente ormai talmente abusato che le restrizioni volute da Biden sembrano aver perso di significato. Inoltre, tutte queste misure si sono rivelate inefficaci, come dimostra il fatto che i giri di vite continuano a susseguirsi incessantemente.

Se fossero stati davvero efficaci, non sarebbe stato necessario introdurne nuovi.

Le nuove politiche statunitensi impongono ora quote sulle vendite delle GPU in gran parte dei paesi del mondo, cercando di evitare che la Cina aggiri le restrizioni sulle esportazioni già in vigore da due anni.

Inoltre, le aziende americane non potranno più condividere informazioni dettagliate sui loro modelli di IA avanzata con paesi che non siano stretti alleati degli Stati Uniti.

Fin qui sembrerebbe la solita ricetta già riportata più volte su queste pagine. Ma attenzione, perché ora arriva la novità.

Il mondo diviso in tre fasce, secondo Biden

Poiché finora la Cina è riuscita ad aggirare gli Stati Uniti grazie anche all’importazione parallela, la politica introdotta dal governo Biden stabilisce adesso una divisione globale in tre categorie, suddividendo i paesi che hanno accesso alle tecnologie avanzate.

I principali alleati degli Stati Uniti, tra cui Regno Unito, Giappone e Taiwan, potranno continuare a ricevere senza restrizioni le tecnologie chiave per i progetti di IA.

I paesi che invece sono già esclusi dalle vendite di armi statunitensi, come Iran, Russia e Venezuela, saranno completamente tagliati fuori dalle esportazioni di chip e software avanzato.

E tutti gli altri? Ebbene, per la maggior parte del mondo, le esportazioni saranno soggette a controlli intermedi.

Ecco come sarà il nuovo ordine mondiale dell’intelligenza artificiale, secondo l’amministrazione Biden.

In pratica, le aziende di questi paesi non potranno importare più di 1.700 GPU di alta gamma ogni anno senza una licenza specifica rilasciata dal governo statunitense, che sarà basata su verifiche della sicurezza.

Se vi state interrogando su questo limite, la spiegazione è presto detta. È stato concepito per consentire al resto del mondo la realizzazione della maggior parte dei progetti di intelligenza artificiale, ma per ostacolare la creazione di grandi data center, essenziali per “far girare” l’IA.

E l’Italia?

Il framework proposto, che supera le 200 pagine e che potete consultare a questo link, indica venti paesi ritenuti affidabili dagli Stati Uniti. Questi sono l’Italia e poi Australia, Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Giappone, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Repubblica di Corea, Polonia, Spagna, Svezia, Svizzera, Taiwan e Regno Unito. Queste nazioni saranno esentate dai nuovi limiti.

Al contrario, oltre 140 paesi saranno soggetti a un’esenzione sotto forma di licenza a Bassa Prestazione di Elaborazione (LPP), che permetterà l’invio di determinate quantità di GPU rispettando limiti nazionali specifici.

L’elenco include, sorprendentemente, alleati strategici degli Stati Uniti come Israele e Singapore, partner commerciali rilevanti come Brasile, India, Indonesia, Malesia e Messico, e niente meno che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

IA sì, data center no

Per facilitare l’invio di sistemi di IA dalle aziende statunitensi alle loro filiali estere o ai data center che gestiscono, le normative introdurranno il regime di “Utente Finale Universale Validato” (UVEU).

Esso consentirà ai partner considerati affidabili (come gli hyperscaler americani) di ottenere un accesso più rapido alle GPU, a condizione che rispettino i requisiti di sicurezza federali FedRAMP High, una certificazione tecnica progettata per proteggere i dati più sensibili, ma non classificati, del governo federale.

Tradotto, i fornitori di soluzioni cloud statunitensi, come Microsoft e Google, avranno accesso a un processo distinto per ottenere l’approvazione alla costruzione di nuovi centri di dati per l’IA, rispetto alle imprese straniere.

Il che permetterà loro di trarre un vantaggio nei mercati esteri, poiché mentre le aziende americane potranno approvvigionarsi di GPU a piacimento, gli altri invece avranno dei vincoli che non permetteranno loro di competere ad armi pari.

Le critiche (e le preoccupazioni) di Big Tech

Pochi giorni fa scrivevamo che lo scontro tra le principali aziende tecnologiche statunitensi e l’amministrazione Biden si stava facendo più acceso a Washington. Ora forse abbiamo capito perché.

Le nuove misure sollevano infatti preoccupazioni all’interno dell’industria tecnologica, con alcuni esperti di IA che mettono in dubbio l’efficacia di una politica così restrittiva.

Tradizionalmente, le aziende tecnologiche statunitensi hanno sempre cercato di espandersi nei mercati internazionali, senza limitazioni.

Peter Harrell, ex funzionario economico nell’amministrazione Biden, osserva invece che questa nuova strategia ricorda piuttosto quella adottata durante la Guerra Fredda, quando la tecnologia era vista come uno strumento di competizione geopolitica.

Le critiche arrivano anche dalle stesse grandi aziende tecnologiche statunitensi. Oracle ha definito le nuove restrizioni “distopiche”, con il rischio che esse possano compromettere la posizione globale degli Stati Uniti nel cloud computing.

Da parte sua, Microsoft ha dichiarato di essere in grado di rispettare gli standard di sicurezza previsti dalle nuove regole, ma ha comunque espresso preoccupazione per le possibili ripercussioni sulle vendite internazionali.

Più critiche le posizioni di Ned Finkle di Nvidia, secondo cui queste restrizioni possono favorire proprio l’industria cinese. “La politica estrema di ‘limite per paese’ non farà altro che spingere il mondo verso tecnologie alternative”, ha dichiarato.

Perché è chiaro che di fronte alle GPU centellinate col contagocce, la nazioni che volessero costruire sovranamente i loro data center senza pagare dazio a Microsoft, Google o Amazon, potrebbero pensare di acquistare le GPU proprio dalla Cina.

Che oggi sono ancora tecnologicamente arretrate, un domani chissà.

Un futuro incerto sotto Trump

Fortunatamente, queste nuove misure sono tra le ultime azioni politiche del governo Biden prima che Donald Trump assuma ufficialmente la presidenza. Ma cosa aspettarci con The Donald al governo? Come sempre quando si parla di lui, nessuno sa cosa aspettarsi.

Alcuni consiglieri della nuova amministrazione, notoriamente più favorevoli a politiche più dure nei confronti della Cina, potrebbero infatti decidere di intensificare le attuali misure.

Trump però ha anche suggerito di essere disposto a favorire le aziende tecnologiche statunitensi, creando un possibile scenario di rinegoziazione delle regole nel futuro prossimo. D’altronde, l’appoggio della Silicon Valley gli deriva proprio dall’attuale esasperazione verso la gestione Biden.

Con la crescente rivalità tecnologica tra Stati Uniti e Cina, dunque, la corsa all’IA appare destinata a essere una delle battaglie più decisive nella geopolitica dei prossimi anni.

Con buona pace del resto del mondo, inclusi gli alleati di “terza fascia”, che vedranno invece il loro progresso rallentato artificiosamente. “America First”, d’altronde…

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