Un nuovo blackout digitale ha ricordato a tutti quanto Internet, oggi, sia fragile. Stamattina un’interruzione nei servizi di Amazon Web Services (AWS) ha messo in ginocchio intere porzioni del web, lasciando offline siti, app, banche e persino alcuni servizi governativi.
Per diverse ore, piattaforme come Duolingo, Roblox, Coinbase, WhatsApp, Signal, Zoom, Snapchat, Lloyds Bank e i servizi di sorveglianza domestica Ring di Amazon stessa, hanno smesso di funzionare.
L’incidente, iniziato intorno alle nove del mattino ha colpito la regione US-EAST-1, una delle più trafficate dell’infrastruttura cloud di Amazon. AWS ha comunicato di aver “mitigato” il problema, ma i disservizi sono continuati per ore, costringendo milioni di utenti a una lunga attesa.
La società ha poi riferito di “segnali precoci di ripresa”, mentre alcune piattaforme, come Coinbase, hanno confermato di essere tornate operative solo a metà giornata.
Il problema che ha bloccato tutto
A mandare in tilt la rete è stato un guasto al DNS, il sistema che traduce gli indirizzi web in numeri IP, ovvero le coordinate che permettono ai browser e alle app di trovare i server corretti.
Quando il DNS si blocca, i siti diventano irraggiungibili: è come se i navigatori satellitari smettessero improvvisamente di riconoscere le strade. Per questo le conseguenze sono state così ampie.
Amazon non ha fornito dettagli sulla causa scatenante del malfunzionamento ma ha ammesso che “alcune richieste possono essere ancora rallentate” mentre prosegue il lavoro per il pieno recupero. E non è la prima volta che succede un problema di questa portata.
Nel 2021 un errore in un sistema DNS di Akamai aveva messo offline per ore colossi come FedEx, Steam e il PlayStation Network. E appena un anno fa, nel 2024, un aggiornamento difettoso di CrowdStrike aveva fatto crashare milioni di computer in tutto il mondo, paralizzando aeroporti e aziende per giorni.
Il ruolo di Amazon Web Services
Nel frattempo, il sito di monitoraggio Downdetector ha registrato un’impennata di segnalazioni per decine di piattaforme, dai giochi online alle app bancarie fino ai social media.
Anche Delta Air Lines e United Airlines hanno segnalato difficoltà nei sistemi digitali, un ulteriore aggravio in un momento già complicato per il trasporto aereo statunitense, ancora sotto pressione per la carenza di personale legata al government shutdown.
Il dato forse più impressionante, però, riguarda le proporzioni del fenomeno. Amazon detiene circa il 30% del mercato mondiale del cloud, ospitando milioni di siti e applicazioni che fanno parte della nostra quotidianità.
Quando AWS si ferma, a fermarsi non è solo il suo ecosistema ma una fetta significativa della vita digitale globale: servizi di pagamento, comunicazione, intrattenimento e persino la gestione dei dati governativi dipendono dalla stessa rete.
La fragilità del cloud e la lezione di questa crisi
L’episodio riaccende una questione che va oltre la pura tecnologia: quanto è saggio concentrare così tanto potere infrastrutturale nelle mani di pochi fornitori?
Quando un singolo provider “va giù”, l’effetto domino è inevitabile. Corinne Cath-Speth, responsabile digitale dell’organizzazione per la libertà di espressione Article 19, ha definito questi blackout “fallimenti democratici”. E ha ricordato come, quando un’unica azienda si spegne, “le testate giornalistiche diventano inaccessibili, le app di comunicazione sicura come Signal smettono di funzionare e l’infrastruttura della nostra società digitale crolla”.
Dietro il linguaggio tecnico dell’incidente c’è una verità semplice: Internet non è un’entità astratta ma un mosaico di cavi, server e nodi controllati da pochi operatori privati. E ogni volta che uno di questi punti si spegne, scopriamo quanto la nostra “società connessa” dipenda da infrastrutture che, in fondo, restano vulnerabili.
In un’epoca in cui tutto passa per il cloud, anche un singolo problema può bastare per ricordarci che la nuvola digitale, a volte, sa essere sorprendentemente terrena.
Fonti: Reuters, TechCrunch, Axios


