Apple ha annunciato ieri un investimento da 500 milioni di dollari per acquistare magneti a terre rare da MP Materials, un fornitore statunitense che si occuperà di produrli nello stabilimento texano di Fort Worth, utilizzando materiali riciclati lavorati in un impianto in costruzione in California.
Si tratta di componenti essenziali che, tra le altre cose, alimentano il motore aptico dell’iPhone, quello che produce le vibrazioni e i feedback tattili ogni volta che si tocca lo schermo.
La firma dell’accordo arriva in un contesto geopolitico particolarmente teso: dopo i nuovi dazi imposti dal presidente Trump alla Cina, Pechino ha introdotto restrizioni all’export di magneti a terre rare, bloccando temporaneamente la catena di fornitura globale e mandando in tilt molte aziende occidentali.
I flussi sono poi ripresi grazie a trattative serrate tra le due potenze ma il messaggio è stato chiaro: chi dipende da Pechino per componenti strategici rischia grosso.
Apple, che oggi si approvvigiona principalmente in Asia, sta cercando da tempo di ribilanciare la propria filiera. Lo ha fatto con investimenti in India e Vietnam ma ora guarda anche al suolo americano.
La partnership con MP Materials è destinata a rafforzarsi nei prossimi anni: le spedizioni dei magneti inizieranno nel 2027 e l’accordo è definito “pluriennale”. Cupertino ha già effettuato un pagamento anticipato di 200 milioni di dollari, come indicato in un documento depositato presso la SEC.
Apple nel solco di Trump
Il segnale politico è inequivocabile. Trump ha più volte invitato Apple a riportare in patria parti consistenti della produzione, e non ha risparmiato critiche via social né alla società né al suo CEO.
Se la casa di Cupertino non ha mai commentato direttamente queste pressioni, le sue scelte recenti vanno nella direzione auspicata dalla Casa Bianca.
A febbraio Apple ha annunciato investimenti per 500 miliardi di dollari negli Stati Uniti nell’arco di quattro anni.
Secondo Bank of America, buona parte di quella cifra era già nei piani dell’azienda ma è probabile che alcuni di quei fondi siano stati dirottati da altri mercati per sostenere la strategia industriale americana.
Il rafforzamento della filiera interna, in definitiva, risponde a una doppia logica: evitare nuove interruzioni dovute a crisi geopolitiche e dimostrare, anche sul piano simbolico, che Apple è disposta a fare la sua parte nella rinascita manifatturiera degli Stati Uniti.


