Considerati i veti trumpiani, Apple si trova costretta a scommettere sull’India come nuovo polo produttivo per i suoi iPhone. Ma le tensioni geopolitiche con la Cina e la dipendenza dalla manodopera specializzata di Pechino rischiano di rallentarne i piani.
L’ultima dimostrazione arriva da Foxconn, partner storico di Cupertino, che ha richiamato circa 300 ingegneri cinesi dal suo stabilimento nella provincia indiana del Tamil Nadu. Non si tratta di un episodio isolato: è già la seconda volta, in pochi mesi, che personale qualificato lascia l’India per tornare in patria.
Formalmente è stata la stessa azienda a richiamare i propri tecnici ma la mossa riflette le pressioni politiche esercitate da Pechino, che negli ultimi mesi ha incoraggiato le aziende a limitare i trasferimenti di competenze verso India e Sud-est asiatico. In altre parole, Foxconn esegue ma la regia è cinese: la priorità di Pechino è infatti trattenere know-how e manodopera qualificata, anche a costo di rallentare il business delle sue aziende più rappresentative.
Un segnale dalle tensioni con Pechino
Secondo quanto riferito dall’Economic Times, la decisione riguarda in particolare la fabbrica di Yuzhan Technology, un’unità di Foxconn che produce componenti per Apple. L’impianto aveva avviato la produzione solo da pochi mesi e già si trova a fare i conti con la perdita di know-how.
Fonti vicine al dossier raccontano che Foxconn sta provando a sostituire il personale richiamato con ingegneri provenienti da Taiwan, ma resta evidente la difficoltà di bilanciare la transizione verso fornitori indiani con l’abbandono, forzato o meno, del contributo cinese.
Un mese fa Bloomberg News aveva riportato una vicenda simile: centinaia di ingegneri e tecnici cinesi sarebbero stati richiamati dalle fabbriche di iPhone in India. La ripetizione della manovra suggerisce che non si tratta di episodi isolati ma di una strategia più ampia in cui la geopolitica s’intreccia alla manifattura hi-tech.
Già a inizio anno, secondo indiscrezioni, Pechino avrebbe incoraggiato le autorità locali e le agenzie di regolamentazione a frenare l’export di tecnologie e macchinari verso India e Sud-est asiatico. Una mossa interpretata da molti come un tentativo di impedire alle aziende di spostare altrove le proprie catene produttive.
In tale contesto, il richiamo degli ingegneri Foxconn appare come l’ennesimo segnale della volontà cinese di mantenere saldo il controllo sulle competenze necessarie a costruire prodotti ad alta precisione come l’iPhone.
Le fratture storiche tra Cina e India
Se le attuali pressioni geopolitiche spingono Apple a diversificare, anche il contesto bilaterale tra Cina e India rende il percorso accidentato.
I due giganti asiatici hanno infatti una lunga storia di rivalità che affonda nelle dispute territoriali himalayane. La guerra del 1962, vinta da Pechino, lasciò irrisolta la definizione dei confini e trasformò la Linea di Controllo Effettivo in una zona grigia di scontri e diffidenze.
Negli ultimi anni la situazione è peggiorata. Nel 2017, l’incidente di Doklam ha visto per oltre due mesi i due eserciti fronteggiarsi a pochi metri di distanza. Ma è nel 2020, nella valle di Galwan in Ladakh, che la tensione è esplosa: soldati indiani e cinesi si sono affrontati corpo a corpo con bastoni e pietre, causando la morte di venti militari indiani e di un numero imprecisato di cinesi. È stato il primo bagno di sangue da oltre quarant’anni e ha segnato un punto di non ritorno.
Alle tensioni militari si sommano quelle industriali e commerciali. Dopo gli scontri del 2020, Nuova Delhi ha vietato centinaia di app cinesi, inclusa TikTok, e imposto vincoli agli investimenti diretti.
Parallelamente ha lanciato il piano Atmanirbhar Bharat (“India autosufficiente”), con l’obiettivo di ridurre la dipendenza tecnologica da Pechino e attrarre aziende occidentali in cerca di alternative. In altre parole, l’India non vuole solo affrancarsi dalla Cina ma punta esplicitamente a sostituirla come hub manifatturiero globale.
Questa ambizione, sostenuta da accordi con partner come gli Stati Uniti e i Paesi del Quad (Australia e Giappone), alimenta i sospetti di Pechino, che teme un vero e proprio accerchiamento strategico. Per questo la Cina cerca di frenare la fuga del know-how e dei capitali, richiamando tecnici e ponendo limiti all’export di tecnologie.
Il risultato è un rapporto bilaterale fragile, in cui dispute territoriali, rivalità geopolitiche e competizione industriale si intrecciano. E spiega perché, anche quando si parla di iPhone, il braccio di ferro tra India e Cina abbia un peso decisivo.
Il ruolo degli Stati Uniti e il decoupling
Al quadro si aggiunge un fattore decisivo e contingente, ossia i rapporti tra Cina e Stati Uniti inaspritisi sin dal primo mandato di Trump. I veti introdotti dall’amministrazione corrente hanno infatti costretto Cupertino ad accelerare sul decoupling produttivo, riducendo la dipendenza da Pechino per non restare ostaggio della competizione tecnologica tra le due superpotenze.
In questo scenario, l’India è diventata la prima alternativa credibile ma la Cina sta reagendo cercando di far pesare l’arma più efficace che ancora detiene, ossia la sua forza lavoro specializzata e l’enorme esperienza accumulata nella manifattura elettronica.
Il risultato è un triangolo geopolitico complesso: Washington spinge Apple a diversificare, Nuova Delhi accoglie la produzione come occasione di crescita industriale ma Pechino tenta di rallentare il processo per non perdere centralità nelle catene del valore.
Apple e la scommessa sugli iPhone 17
Apple, dal canto suo, continua a ribadire la scelta strategica di rafforzare le collaborazioni con fornitori indiani. Tra questi spicca il Tata Group, unico assemblatore locale di iPhone, a cui Cupertino sta affidando un ruolo sempre più rilevante.
Ma se i partner cinesi hanno quasi vent’anni di esperienza nella costruzione di iPhone, i player indiani devono ancora superare diverse difficoltà iniziali.
Nonostante gli ostacoli, Apple ha comunque deciso di produrre in India tutti e quattro i modelli della nuova linea iPhone 17, attesa al debutto il prossimo mese. Per la prima volta, le versioni standard e pro verranno dunque spedite direttamente dal Paese sudasiatico sin dal lancio.
È un passaggio storico, che conferma la volontà di Cupertino di ridurre la dipendenza dalla Cina e di costruire un’alternativa industriale robusta. Resta da capire se la scommessa potrà reggere al peso della geopolitica e alla complessità di replicare, in tempi rapidi, l’efficienza della filiera cinese.
Un eventuale disgelo nei rapporti tra India e Cina potrebbe aiutare Apple e altri produttori locali ma, al momento, i colloqui su minerali rari e forniture strategiche non hanno ancora prodotto risultati concreti.
La partita indiana di Apple è allora solo all’inizio: da un lato la necessità di diversificare la catena produttiva per non dipendere unicamente da Pechino, dall’altro la consapevolezza che il know-how cinese rimane un qualcosa difficile da sostituire.


