Cinquant’anni di Apple

da | 1 Apr 2026 | Tecnologia

Riassunto IA
  • Apple festeggia 50 anni con celebrazioni globali e un fatturato trimestrale record di 143,8 miliardi di dollari, ma il titolo nel 2025 ha sottoperformato l’S&P 500.
  • La nuova Siri, promessa dal 2024, è stata rinviata più volte ed è ora attesa per settembre; sarà alimentata da Google Gemini con un accordo pluriennale dal costo stimato di un miliardo l’anno.
  • La Commissione UE ha multato Apple per 500 milioni di euro per violazione del DMA, mentre le corti USA impongono aperture sui pagamenti dell’App Store.
Tempo di lettura: 4 minuti

Apple oggi compie cinquant’anni. Li celebra come si addice a un’azienda che vale 3,7 trilioni di dollari e che, mezzo secolo dopo la fondazione del 1° aprile 1976, continua a raccontarsi come una delle poche imprese capaci di aver cambiato davvero il rapporto tra tecnologia e vita quotidiana.

Ci riferiamo ai concerti negli Apple Store e nei luoghi simbolo dell’azienda, a una homepage animata con i prodotti iconici disegnati a mano, al merchandising per i dipendenti e alla lettera aperta di Tim Cook intitolata “50 Years of Thinking Different”.

La macchina celebrativa è imponente, perfettamente orchestrata. E il messaggio è chiaro: Apple ha cambiato il mondo. Dal garage della California alla vetta della capitalizzazione mondiale, dal Macintosh all’iPhone, dall’iPod all’Apple Watch.

Mezzo secolo di innovazione costruita su un principio semplice e ferreo: controllare tutto, dall’hardware al software, dal chip all’interfaccia. Ma proprio nel giorno del cinquantesimo anniversario, quel principio mostra alcune crepe. Perché la funzione più strategica dell’era dell’intelligenza artificiale, cioè l’assistente che dovrebbe diventare il punto di accesso primario ai dispositivi, non sarà costruita soltanto con la tecnologia di Apple.

Il cervello di Siri passa anche da Google

Lo scorso 12 gennaio Apple e Google hanno ufficializzato una collaborazione pluriennale in base alla quale i modelli Gemini e la tecnologia cloud di Google alimenteranno i futuri Apple Foundation Models, compresa la nuova generazione di Siri. Prima di scegliere Google, Apple aveva valutato anche OpenAI e Anthropic.

L’accordo è più profondo di quanto potesse sembrare a prima vista. Per l’utente resterà tutto marchiato Apple, e il volto pubblico continuerà a chiamarsi Siri. Ma la sostanza è che, per la funzione più delicata e strategica della prossima fase, Cupertino ha deciso di affidarsi a Google, partner chiave su alcuni fronti ma anche concorrente diretto su altri. Secondo indiscrezioni circolate al momento dell’annuncio, l’intesa potrebbe valere intorno a un miliardo di dollari l’anno, anche se la cifra non è stata confermata ufficialmente dalle due aziende.

È un passaggio simbolico molto forte. L’azienda che ha progettato i propri processori, costruito i propri sistemi operativi e difeso per decenni l’integrazione verticale come principio quasi ideologico, per l’intelligenza del suo assistente di punta si appoggerà anche a Google.

Il tutto aggiunge un nuovo capitolo a una relazione già piena di ambiguità. Google paga da anni Apple per restare il motore di ricerca predefinito su iPhone, un accordo finito al centro del grande processo antitrust americano sulla ricerca online. Ora, almeno sul fronte dell’intelligenza artificiale, il flusso si è in parte invertito: è Apple ad aver bisogno di Google per colmare un ritardo che da sola non è riuscita a recuperare in tempo.

Il calvario di Siri

La nuova Siri è diventata la promessa più lunga e più disattesa della storia recente di Apple. Presentata al WWDC del giugno 2024 come uno dei cardini della nuova fase dell’azienda, avrebbe dovuto incarnare il salto di qualità nell’intelligenza artificiale personale. Invece il progetto ha accumulato ritardi, riorganizzazioni interne e un numero crescente di dubbi sulla capacità di Apple di tenere il passo dei rivali.

A rendere il quadro ancora più rilevante è stata anche la ristrutturazione del vertice. Apple ha annunciato ufficialmente nel dicembre 2025 che John Giannandrea avrebbe lasciato il suo ruolo operativo per poi andare in pensione questa primavera 2026. Al suo posto, o comunque nel nuovo assetto del gruppo, è arrivato anche Amar Subramanya, figura di primo piano proveniente da Google Gemini.

Negli ultimi mesi diverse ricostruzioni giornalistiche hanno descritto test interni complicati, risposte lente e funzionalità non ancora all’altezza delle aspettative. Reuters ha riportato a fine marzo che Apple starebbe testando per iOS 27 una versione di Siri capace di gestire più comandi in una sola volta, con possibile presentazione al WWDC di giugno.

È un rimpasto che non segnala un’evoluzione ordinaria. Segnala piuttosto una condizione di emergenza strategica. Siri oggi può già appoggiarsi a ChatGPT per alcune richieste più complesse. Domani si reggerà anche su Gemini.

E secondo Bloomberg, Apple starebbe persino valutando di aprire Siri a servizi di intelligenza artificiale esterni. Per un’azienda che ha fatto del controllo assoluto la propria firma industriale, è una svolta che dice molto più di qualsiasi slogan celebrativo.

Un colosso che non sa dove andare

Il paradosso è che Apple, finanziariamente, non è mai stata così forte. Il primo trimestre fiscale 2026, chiuso a dicembre, ha segnato un fatturato record di 143,8 miliardi di dollari. I ricavi dell’iPhone sono cresciuti del 23% anno su anno, arrivando a 85,27 miliardi di dollari, trainati anche dalla nuova gamma iPhone 17. La base installata ha superato i 2,5 miliardi di dispositivi attivi e l’azienda resta una macchina da margini e cassa come poche altre al mondo.

Eppure il mercato guarda avanti, non indietro. Nel 2025 Apple è stata tra i titoli più deboli dei cosiddetti Magnificent Seven, sottoperformando l’indice S&P 500, una tendenza che si è attenuata solo dopo i risultati record del primo trimestre fiscale 2026. La ragione è intuitiva: gli investitori continuano a domandarsi se Apple sia davvero pronta per l’era dell’intelligenza artificiale generativa o se stia semplicemente cercando di recuperare terreno senza una visione davvero autonoma.

C’è naturalmente anche una lettura alternativa. Apple non ha bruciato decine di miliardi nei data center con la stessa aggressività di altri rivali e conserva una potenza finanziaria che potrebbe rivelarsi preziosa se l’attuale corsa alla spesa sull’IA dovesse in parte ridimensionarsi. Ma per ora il mercato premia chi investe, annuncia e accelera, non chi aspetta.

Il giardino sotto assedio

L’altro fronte aperto è quello regolamentare, e colpisce il cuore del modello Apple. Nell’aprile 2025 la Commissione europea ha inflitto all’azienda una multa da 500 milioni di euro per violazione del Digital Markets Act, sostenendo che Apple abbia limitato la possibilità per gli sviluppatori di indirizzare gli utenti verso sistemi di pagamento alternativi all’App Store.

Anche negli Stati Uniti il terreno si è fatto più scivoloso. Nella lunga battaglia con Epic Games, la giustizia americana ha confermato diversi punti sfavorevoli ad Apple, pur correggendo in parte alcune delle misure più dure relative alle commissioni sui pagamenti esterni. Non è quindi corretto parlare di una vittoria piena di Epic su tutta la linea ma è chiaro che il principio del recinto perfetto, il famoso “walled garden”, oggi è sotto pressione da entrambe le sponde dell’Atlantico.

Cinquant’anni fa Steve Wozniak condivideva una scheda madre con un club di appassionati e Steve Jobs intravedeva già un’impresa. Oggi quell’impresa vale quasi quattromila miliardi di dollari, continua a produrre ricavi record e celebra se stessa con concerti, animazioni e lettere aperte.

Ma la domanda che definirà i prossimi cinquant’anni non è quanto sia grande Apple. È se il modello che l’ha resa grande funzionerà ancora nell’epoca in cui il centro del valore non è più soltanto il dispositivo ma l’intelligenza che lo anima. E nel giorno del suo cinquantesimo compleanno, la risposta non è affatto scontata.

Fonte: Reuters

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