Dopo 40 anni di immobilità, l’antitrust statunitense sarebbe pronto a prendere in considerazione misure drastiche contro alcuni dei giganti della tecnologia, E Google è in prima linea.
Il Dipartimento di Giustizia è infatti prossimo a presentare nuove proposte per porre fine a quello che un giudice federale ha definito il monopolio illegale del colosso di Mountain View nel settore delle ricerche online.
E tra le soluzioni più estreme, come avevamo già anticipato, c’è lo smembramento dell’azienda.
La dominanza di Google
Il caso Google è al centro di una serie di procedimenti legali che mirano a contrastare la posizione dominante del gigante della tecnologia in vari settori.
Se il giudice distrettuale Amit Mehta ha già stabilito ad agosto che Google ha consolidato il suo monopolio pagando miliardi di dollari ai produttori di dispositivi mobili e browser web per essere il motore di ricerca predefinito, ora tocca decidere la misura correttiva.
Tra le opzioni, che vanno dalle limitazioni sugli accordi commerciali fino alla clamorosa rottura di Google, gli Stati Uniti potrebbero vivere un nuovo capitolo della storia antitrust.
Il gigante tecnologico, tuttavia, non è solo sotto attacco per il suo dominio nella ricerca. Google è oggetto di una seconda causa, questa volta relativa alla sua attività pubblicitaria online, in cui il Dipartimento di Giustizia ha chiesto la scissione della divisione ad-tech.
Il governo sostiene che Google abbia acquisito diverse startup per soffocare la concorrenza e consolidare la propria posizione dominante, legando tra loro i propri servizi per forzare i clienti a utilizzare l’intero pacchetto.
A guidare questa crociata è Jonathan Kanter, al quale abbiamo già dedicato un approfondimento (lo trovate qui sotto), a capo della divisione antitrust del Dipartimento di Giustizia.
Kanter, in un intervento recente, ha dichiarato che i precedenti smembramenti, come quello di AT&T nel 1984, erano necessari per riparare i danni causati dai monopoli di lunga durata.
Parole, queste, che alimentano le speculazioni su un possibile ritorno delle misure più severe contro le grandi corporazioni.
Lo “smembramento”, dopo quarant’anni
Lo smembramento di aziende ritenute troppo potenti ha radici profonde nella storia statunitense.
I primi del Novecento sono stati l’apice del “trustbusting”, quando giganti come Standard Oil e American Tobacco furono divisi per evitare che dominassero i rispettivi mercati. Ma è dal 1984, con la scissione di AT&T, che gli Stati Uniti non vedono un’azione di questo tipo.
Il contesto attuale, tuttavia, è diverso. Oltre a Google, altre grandi società sono nel mirino delle autorità antitrust. Live Nation, proprietaria di Ticketmaster, e Meta, la casa madre di Facebook, sono oggetto di indagini per pratiche commerciali ritenute anticoncorrenziali.
Nel caso di Meta, la Federal Trade Commission (FTC) ha chiesto esplicitamente lo smembramento dell’azienda, con la vendita forzata di Instagram e WhatsApp, acquistati più di un decennio fa. La FTC sostiene che queste acquisizioni siano state fatte per neutralizzare potenziali minacce e consolidare il monopolio sui social media.
La causa avviata da Kanter contro Live Nation, presentata a maggio, mira chiaramente alla separazione di Ticketmaster, acquisita dall’azienda nel 2010 con l’approvazione delle autorità. L’accusa sostiene che l’integrazione si sia rivelata anticoncorrenziale, consentendo a Live Nation di obbligare le sedi a firmare contratti a lungo termine che garantiscono a Ticketmaster l’esclusiva come piattaforma di biglietteria.
Lo smembramento di un’azienda, però, è un rimedio considerato estremo dai tribunali e potrebbe avere conseguenze inattese.
I giudici, infatti, guardano con cautela a queste misure, temendo che la divisione di una società possa portare alla creazione di nuove entità che rischiano di fallire. Erik Hovenkamp, professore di diritto alla Cornell University, ha sottolineato le difficoltà pratiche di smembrare con successo un’azienda di grandi dimensioni come Google.
Un precedente per il futuro?
Il cuore del dibattito è se Google abbia davvero abusato della sua posizione dominante.
Nella sua sentenza di agosto, il giudice Mehta ha riconosciuto che, pur essendo il motore di ricerca migliore, Google ha bloccato la concorrenza impedendo ai rivali di accedere ai dispositivi mobili su cui avrebbero potuto crescere e svilupparsi. Un comportamento, questo, che ha precluso qualsiasi reale competizione, rafforzando il monopolio dell’azienda.
Una delle possibili soluzioni che Mehta potrebbe considerare è l’eliminazione degli accordi esclusivi che fanno di Google il motore di ricerca predefinito su iPhone e altri dispositivi.
Un’altra opzione potrebbe essere la limitazione delle entrate pubblicitarie che Google può condividere attraverso questi accordi, ma nessuna di queste misure sembra avere l’impatto di uno smembramento.
La pubblicità online di Google, peraltro, come abbiamo scritto pochi giorni fa è peraltro messa a rischio da TikTok e dall’avvento dell’intelligenza artificiale.
Se il tribunale optasse per lo smembramento di Google, si creerebbe un precedente legale che potrebbe ridisegnare l’intero panorama tecnologico statunitense.
Gene Kimmelman, ex funzionario del Dipartimento di Giustizia, ha sottolineato che una decisione del genere conferirebbe legittimità all’idea di usare lo smembramento come strumento antitrust nei futuri casi di monopolio.
Con il processo di Google ancora in corso e la possibilità di un secondo attacco derivante dalla pubblicità online, l’esito di questi casi potrebbe stabilire le basi per un approccio molto più aggressivo nei confronti dei colossi tecnologici.
La domanda cruciale è se gli Stati Uniti sono pronti a riprendere l’era del “trustbusting” o se, alla fine, saranno adottati rimedi meno radicali.
Indipendentemente dalla decisione finale, Google e altre grandi aziende tecnologiche dovranno affrontare un futuro in cui la loro influenza sul mercato sarà attentamente scrutinata e, forse, limitata.


