Amazon contro Perplexity: chi gioca sporco nell’era degli agenti IA?

by | 6 Nov 2025 | Legal

Aravind Srinivas, CEO e co-fondatore di Perplexity AI.
Tempo di lettura: 3 minuti

La nuova frontiera del web si sta giocando tra chi vuole costruire assistenti capaci di agire in autonomia e chi controlla le piattaforme dove questi agenti dovrebbero operare. È questo il cuore della causa che Amazon ha intentato contro Perplexity AI, accusata di aver violato gli account dei clienti e mascherato l’attività automatizzata del suo browser “Comet” come se fosse navigazione umana.

La startup di Aravind Srinivas, cresciuta rapidamente durante il boom degli assistenti di intelligenza artificiale, si difende parlando di abuso di potere: secondo Perplexity, Amazon sta solo cercando di difendere il proprio monopolio e di ostacolare la concorrenza.

L’accusa è pesante. Secondo il colosso dell’e-commerce, Perplexity avrebbe utilizzato Comet e il suo agente IA per entrare di nascosto negli account degli utenti, violando le regole del marketplace.

Amazon sostiene che l’attività della startup rappresenti un rischio per la sicurezza dei dati e accusa la società di aver “configurato intenzionalmente il software in modo da non identificare le azioni dell’agente Comet AI nello store”. “La condotta scorretta di Perplexity deve cessare”, scrive Amazon nella denuncia. “Che la violazione avvenga tramite codice invece che con un grimaldello non la rende meno illegale”.

Perplexity, da parte sua, reagisce accusando Amazon di “bullismo tecnologico”. “Fare intimidazione significa quando le grandi corporazioni usano minacce legali per bloccare l’innovazione e peggiorare la vita delle persone”, ha scritto la startup in un post dal titolo eloquente: ‘Bullying is not innovation’. Secondo la sua versione, Comet non ha fatto nulla di illecito: l’agente agirebbe semplicemente per conto dell’utente umano, godendo quindi “degli stessi permessi” dell’utente stesso.

Concorrenza o sicurezza?

La questione, a ben guardare, va oltre la disputa legale. Al centro c’è la definizione stessa di agente IA, un nuovo tipo di software che non si limita a rispondere a domande ma può eseguire azioni autonome online, dall’acquisto di un prodotto alla prenotazione di un volo.

In teoria, Comet è progettato per semplificare la vita degli utenti. In pratica, la sua esistenza minaccia il controllo che Amazon esercita sull’intera esperienza d’acquisto, basata su suggerimenti, inserzioni pubblicitarie e personalizzazione.

Amazon ha ribadito che le applicazioni di terze parti che effettuano acquisti per conto degli utenti “dovrebbero operare in modo trasparente e rispettare le decisioni dei fornitori di servizi”. In altre parole, i bot devono dichiararsi tali. Ma il sospetto è che il colosso di Seattle stia difendendo più i propri interessi che quelli dei consumatori.

Amazon infatti sviluppa a sua volta assistenti IA come Rufus e Buy For Me, che svolgono funzioni analoghe a quelle di Comet. In questo senso, la causa sembra anche una mossa per marcare il territorio: Perplexity rappresenta un potenziale concorrente diretto nel campo degli agenti autonomi, e Amazon ha tutto l’interesse a evitare che gli utenti inizino a fare shopping su Amazon tramite bot non controllati da Amazon stessa.

Perplexity e il precedente con Cloudflare

Non è la prima volta che Perplexity finisce al centro di polemiche per il suo modo di interagire con il web. Qualche mese fa, Cloudflare aveva accusato la startup di fare scraping dei siti, cioè di raccogliere dati online ignorando le richieste di esclusione dei bot.

Anche allora la società aveva difeso le proprie pratiche, sostenendo che l’IA accedeva a contenuti pubblici solo su richiesta diretta degli utenti. Secondo Cloudflare, però, Perplexity aveva usato metodi poco trasparenti per mascherare la propria identità, in violazione delle regole di accesso ai siti web.

Il caso Amazon, dunque, non nasce dal nulla: è l’ennesimo episodio di un approccio aggressivo e disinvolto da parte di Perplexity, che da un lato si presenta come simbolo di libertà digitale, dall’altro sembra ignorare le convenzioni che regolano la convivenza tra IA e piattaforme online. Ma allo stesso tempo, la reazione di Amazon solleva un’altra domanda: se le grandi piattaforme possono impedire agli agenti IA di accedere ai propri spazi digitali, chi controllerà davvero il web del futuro?

Fonte: TechCrunch

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