Nel giro di pochi mesi la corsa cinese all’intelligenza artificiale ha compiuto un evidente cambio di passo in Cina. Col risultato che oggi ci troviamo a riportare l’articolo di the Information, secondo il quale Alibaba e Baidu hanno iniziato ad addestrare i propri modelli con chip progettati in casa, sostituendo in parte l’hardware Nvidia che ha dominato la prima fase del boom IA.
La notizia, ripresa anche da Reuters, è basata sulle indiscrezioni di quattro fonti a conoscenza diretta delle attività delle due big tech.
Per Alibaba, l’impiego dei chip interni riguarda già dall’inizio dell’anno i modelli più piccoli; Baidu, invece, sta sperimentando nuove versioni di Ernie sfruttando il suo Kunlun P800.
È un passaggio simbolico e pratico insieme: significa che la strategia di “autosufficienza tecnologica” non è più uno slogan ma un cantiere operativo dentro i laboratori IA dei grandi gruppi. “La concorrenza è indubbiamente arrivata… Continueremo a lavorare per guadagnare la fiducia e il supporto degli sviluppatori mainstream ovunque”, ha commentato un portavoce di Nvidia.
Nvidia resta al centro, ma l’asse si sposta
Attenzione, però, a leggere la mossa come un taglio netto con l’Occidente. Né Alibaba né Baidu hanno abbandonato del tutto Nvidia: i chip di Santa Clara restano l’opzione per i modelli più avanzati e per i passaggi di R&D più delicati.
Detto questo, è chiaro che la postura sta cambiando. Le restrizioni all’export decise da Washington hanno reso intermittente e politicamente complessa la fornitura dei componenti di punta; Pechino, dal canto suo, spinge perché le aziende scelgano soluzioni domestiche quando possibile.
In questa cornice si colloca l’H20, il processore più potente che Nvidia può vendere in Cina: meno muscoloso dell’H100 o della famiglia Blackwell, ma ancora in grado di surclassare molte alternative locali.
Proprio qui, però, arriva la novità più significativa: secondo The Information, il chip IA di Alibaba oggi sarebbe abbastanza maturo da competere con l’H20, stando a tre dipendenti che lo hanno effettivamente utilizzato.
Non è solo una rivendicazione di orgoglio nazionale; è un segnale di maturità dell’ecosistema cinese dei semiconduttori applicati all’IA.
Sovranità digitale e il “fattore Washington”
Se l’asse tecnologico si muove, è perché la politica ha già spostato i pesi. L’inasprimento dei controlli statunitensi sull’export di acceleratori verso la Cina ha costretto le aziende locali a investire in progettazione e supply chain interne, accelerando tabella di marcia e ambizioni.
Sullo sfondo resta un capitolo che intreccia Nvidia e Casa Bianca: a fine agosto Jensen Huang ha spiegato che le discussioni con Washington per consentire a Nvidia di vendere in Cina una versione “depotenziata” del prossimo chip di generazione superiore, richiederanno tempo.
È invece di qualche settimana fa la notizia che l’azienda (insieme ad AMD) ha raggiunto un’intesa col presidente Donald Trump per ottenere licenze di esportazione, in cambio del 15% delle vendite in Cina dei chip H20.
Il messaggio politico-industriale è duplice: da un lato gli Stati Uniti intendono presidiare l’avanzata cinese sull’hardware IA; dall’altro, all’interno delle maglie del controllo restano spazi di negoziazione che le big tech cercheranno di sfruttare.
Chip cinesi e cosa cambia per i modelli di IA
A chi si domandi cosa cambierà effettivamente nell’addestramento dei modelli cinesi, nel breve, la risposta è probabilmente poco o nulla per quanto riguarda i prodotti di fascia altissima. Lì i chip Nvidia continuano a fare la differenza, anche per l’ecosistema software e per la filiera di strumenti a corredo.
Ma già oggi si intravede un effetto sostanziale sul “mid-tier” e su certe pipeline specializzate: se i chip interni di Alibaba possono davvero avvicinare o eguagliare l’H20, allora una parte dell’addestramento e del fine-tuning può scivolare sull’hardware domestico senza sacrificare qualità e tempi.
Per Baidu, la traiettoria di Ernie addestrato su Kunlun P800 diventa allora un banco di prova per misurare quanta autonomia si possa ottenere senza scendere a patti con le ambizioni di performance.
Se questa frattura nella dipendenza da Nvidia dovesse allargarsi, la Cina guadagnerebbe una leva industriale enorme: ridurre il rischio di strozzature geopolitiche, ottimizzare costi e cicli di sviluppo, e non ultimo plasmare standard tecnici che riflettano priorità e vincoli del proprio mercato.
Per l’industria globale sarebbe invece un segnale di riallineamento, col concretizzarsi di un duopolio “hardware+software” meno concentrato e un ecosistema più multipolare. Che poi all’Occidente sia dato usarlo senza incorrere nelle ire trumpiane, è un altro discorso…


