Il mondo dell’arte contemporanea ha aperto le sue porte a una nuova figura: quella dell’artista gestito dall’IA. E a fare da apripista troviamo il robot Ai-Da, capace di dipingere, disegnare e scrivere poesie.
Con un braccio robotico controllato da algoritmi di intelligenza artificiale e telecamere integrate negli occhi, Ai-Da realizza opere in autonomia, spingendo il pubblico a interrogarsi sul ruolo della tecnologia nella creazione artistica e, soprattutto, sul significato stesso dell’arte.
Nata nel 2019 e presentata al pubblico con la sua prima mostra personale, Unsecured Futures, tenutasi presso l’Università di Oxford, Ai-Da ha stupito e provocato osservatori e critici, invitandoli a riflettere su un mondo in trasformazione.
La sua capacità di esprimersi in forme artistiche diverse ha da subito suscitato interesse a livello internazionale, con esposizioni in sedi prestigiose come le Nazioni Unite, il Design Museum e la Biennale di Venezia.
Ma Ai-Da è arte?
Il dibattito si anima attorno a una domanda: può Ai-Da, una macchina, essere considerata un’artista a tutti gli effetti?
Secondo alcuni studiosi, come la professoressa Margaret Boden, l’arte si riconosce in tre qualità fondamentali: novità, sorpresa e valore culturale. Ai-Da, attraverso i suoi algoritmi, rispetta questi parametri, proponendo un linguaggio visivo in grado di sorprendere e stimolare la riflessione.
Ai-Da vuole infatti sfidare il concetto di artista come creatore esclusivamente umano, evidenziando come l’arte possa anche nascere dalla collaborazione tra uomo e macchina, in una sintesi che dovrebbe arricchire entrambi.
Al tempo stesso, un’opinione dominante nel mondo dell’arte vuole che essa sia prodotta dagli esseri umani, per altri esseri umani. Questa idea, di stampo umanista, difende l’unicità dell’esperienza e della percezione umana come requisiti essenziali per la creazione artistica.
Ma in un’epoca in cui algoritmi e macchine sono sempre più integrati nelle nostre vite, questa visione si fa meno netta. Per rendersene conto, basta iniziare a conversare con ChatGPT.
Ai-Da e il Ritratto di Alan Turing
Un’opera d’arte creata da Ai-Da ha fatto notizia lo scorso giovedì. Ci riferiamo al ritratto di Alan Turing, battuto da Sotheby’s per 1.084.800 dollari, un prezzo decisamente superiore alla stima iniziale tra i 120.000 e i 180.000 dollari.
Il fatto ha suscitato un acceso interesse, anche perché l’opera (d’arte?) ha ricevuto ben 27 offerte, superando di gran lunga le aspettative.
“A.I. God”, questo il titolo dell’opera, raffigura Turing, noto matematico e pioniere dell’informatica, riconosciuto anche come uno dei padri dell’intelligenza artificiale.

Il ritratto di Alan Turing realizzato da Ai-Da è stato battuto da Sotheby’s per 1.084.800 dollari.
Sotheby’s ha definito questa vendita come “l’apertura di una nuova frontiera nel mercato globale dell’arte”, un’affermazione ambiziosa per un’opera che, pur storica, resta comunque il frutto di un programma di intelligenza artificiale.
Quale futuro vogliamo per l’arte?
Con la sua presenza, Ai-Da dunque non solo sfida le definizioni di arte ma solleva domande cruciali sul futuro che vogliamo.
L’arte ha sempre cercato di allargare gli orizzonti, spingendo l’essere umano a guardare oltre i limiti del proprio tempo e delle proprie convinzioni.
Al tempo stesso, il mondo dell’arte è anche un’arena in cui spettacolo e mercato si intrecciano: opere come “A.I. God” vengono presentate al pubblico con una narrazione ben costruita, alimentata da record d’asta e da dichiarazioni ambiziose, in un meccanismo che sembra volto tanto a suscitare riflessioni quanto a generare clamore e profitti.
In questo senso, l’introduzione di opere create da un robot umanoide si colloca su un confine ambiguo, tra innovazione artistica e marketing, un equilibrio in cui l’autenticità dell’espressione artistica e il valore simbolico dell’opera possono mescolarsi alla spettacolarizzazione. Con l’obiettivo di aumentare la visibilità e i prezzi delle opere.


