Il nuovo cavallo di Troia si chiama “Accedi con ChatGPT”

by | 28 Mag 2025 | IA

Tempo di lettura: 2 minuti

L’annuncio, apparentemente innocuo, è arrivato attraverso i social: OpenAI sta valutando di permettere agli utenti di accedere ad app di terze parti con il proprio account ChatGPT.

Sulla carta è solo un altro strumento per semplificarci la vita online, un pulsante in più per saltare la noia delle password. Ma, a guardarlo bene, è un’iniziativa perfettamente in linea con l’evoluzione strategica di Sam Altman, che sempre più chiaramente punta ad estendere la portata di OpenAI ben oltre il regno dell’intelligenza artificiale.

Una mossa per entrare ovunque (e raccogliere dati)

Con 600 milioni di utenti attivi al mese, ChatGPT è già una delle applicazioni più diffuse al mondo. Ma non basta. Per capitalizzare davvero su questa popolarità, OpenAI vuole espandersi in aree più ampie dell’esperienza digitale: e-commerce, social media, dispositivi personali.

L’accesso rapido a servizi esterni, in stile “Accedi con Google” o “Accedi con Apple”, è la porta perfetta per entrare ovunque. E soprattutto per osservare ovunque.

È difficile non vedere in questa mossa la continuazione di una strategia ormai sempre più esplicita: raccogliere dati, tracciare comportamenti, capire abitudini. Lo ha fatto Elon Musk, acquistando Twitter per allenare Grok con le conversazioni pubbliche.

Lo stanno facendo realtà emergenti come Perplexity, che con il nuovo browser Comet vuole diventare la lente attraverso cui osserviamo la rete. E, quindi, essere l’osservatore privilegiato di noi stessi. E OpenAI? Anche Sam Altman ha lasciato intendere di star ragionando su un browser e perfino su un social network. Il puzzle si sta componendo.

ChatGPT: semplicità in cambio di tracciamento

C’è un punto in comune che lega tutte queste iniziative: il baratto implicito tra semplicità e tracciamento. È più comodo accedere a un’app con un clic, certo. È più pratico chiedere a ChatGPT di compilare per noi un modulo, o suggerire il miglior hotel in base alle nostre preferenze. Ma ogni comodità ha un costo e quel costo è spesso pagato in privacy.

“Accedi con ChatGPT” non è solo un login. È un altro modo per posizionarsi nel cuore dell’esperienza digitale quotidiana, per raccogliere dati anche al di fuori della piattaforma madre, per collegare il nostro profilo a decine di servizi terzi.

Dati che, seppur aggregati o anonimizzati, possono nutrire modelli linguistici, migliorare suggerimenti, addestrare IA a replicare ancora meglio il nostro comportamento online. Perché ogni nostra scelta, ogni clic, ogni acquisto, ogni conversazione è un dato utile.

Chi controllerà l’interfaccia, controllerà i dati. E chi controllerà i dati, controllerà la nuova economia. È questa la posta in gioco. Lo ha capito da decenni Google, che ha già un piede nel motore di ricerca, nella messaggistica e nei browser, e recentemente nell’intelligenza artificiale generativa.

Apple si muove con discrezione ma il suo posizionamento è sempre strategico. E OpenAI? Dopo la voce, i video, la scrittura e la programmazione, punta adesso all’identità digitale. Non solo quello che chiediamo a un chatbot, ma chi siamo quando ci muoviamo nel web.

Il “sign-in” diventa quindi molto più di una funzione: è il grimaldello per entrare in un ecosistema e identificare ciò che ci definisce. In cambio, ovviamente, della comodità di non dover ricordare una password.

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